Una poltrona per due

Sintonia è “accordo di suoni”, parola che sembra rimandare al piano dell’esperienza emozionale, piuttosto che al piano del discorso. La sintonia -almeno così io me la figuro- è un evento relazionale che semplicemente accade, dispiegandosi lungo delle traiettorie che non hanno nulla di prevedibile, controllabile intenzionalmente. Per questo si configura come un’esperienza difficile da raccontare e da spiegare.

Balbetta… esita, allora, la parola, tentando, forse, di farsi puro suono, tono, melodia… cercando  di sfiorarla -la sintonia- narrandola senza dire…

La sintonia sembra (ri) condurci a dei luoghi emozionali che precedono ma al contempo attraversano la parola, situandosi su quel terreno simbolico-affettivo –l’inconscio– fatto di suoni, toni, sensazioni, immagini, intuizioni, che costruisce ed orienta il nostro rapporto con il reale e, di conseguenza, le nostre relazioni. La parola, non solo da un punto di vista evolutivo, arriva dopo, e per quanto si sforzi continuamente di dire, resta un cono di luce in una distesa di infinito-indicibile.

Credo che l’esperienza emozionale della sintonia abbia inizio nel ventre materno,

“Col suo cuore che fa cuore col mio” (Mariangela Gualtieri)

entro una fusionalità che inizia a creare le premesse per una differenziazione. Una sintonia che  si realizza all’interno di uno spazio di suoni e di sensazioni viscerali, con le voci di fuori –in primis quella materna- che è tono, nenia, melodia, traboccante di senso affettivo, proprio a partire dal vuoto di significato.

Negli ultimi tempi, io e il mio bambino cinquenne, ci siamo ritrovati a realizzare un piccolo rito serale che ci concediamo quando le giornate si sono rivelate particolarmente dense e pesanti. Estranianti. Dopo i preparativi della notte, ci sistemiamo sulla nostra poltrona della camera da letto, cuore a cuore,  finalmente senza più bisogno di parole, arrendendoci al sonno che arriva, cullati del ritmo dei nostri battiti e respiri. Accordati ma distinti. (Io, in realtà, puntualmente mi illudo che prenderà sonno solo lui, e che non mi sveglierò di soprassalto un’ora dopo, con ancora molte cose da fare… ma questa è un’altra storia…)

La poltrona, è la stessa sulla quale amavo accoccolarmi, dopo cena, durante la gravidanza, a leggere o a scrivere; a farmi compagnia, le mille capriole di Erri che, come da copione, puntuale si svegliava, quando io finalmente mi fermavo. È su questa poltrona che l’ho allattato la prima volta, al rientro dalla clinica, e da allora divenne il nostro angolo preferito per vivere quell’esperienza. Un guscio caldo che sembrava accoglierci e calzarci a pennello. Quante volte l’alba ci ha sorpresi su quella postazione, dopo l’ennesima notte complicata: abbracciati e finalmente pacificati. Poi, è arrivato il tempo delle storie da leggere: intrecci inediti da realizzare, la stessa sintonia da assaporare. Alle volte mi domando come la nostra poltrona riesca a farci sentire ancora comodi, nonostante il tempo che passa, le grandezze che cambiano…

Oggi, mi sembra che questo momento segni per noi il tempo del silenzio, pausa preziosa, nicchia, dove ri-trovarci davvero, dopo tante parole e, forse, troppe rincorse.

Il Fuori diviene, almeno per un po’, un rumore di fondo indistinto e sfocato, che lascia spazio al dispiegarsi di quel ritmo misterioso e primario -trama di battiti e respiri- che nuovamente accade. Mi sembra, allora, di ritrovarmi e di ritrovarci, dentro questa sintonia antica e preziosa, che ci nutre e parla senza dire, restituendoci il senso di ciò che conta davvero.

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(Questo post partecipa egli esercizi di scrittura degli #aedidigitali, la parola-pretesto della settimana è #sintonia.)

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